mercoledì 15 dicembre 2010

REWIND & FAST FORWARD

E' un lunedì, un lunedì pomeriggio qualunque a Baggio. A passeggio tra cave e anatre, riavvolgo il filo incerto del mio tempo vissuto, sempre più indietro, sempre più in profondità, per provare a trovare nel passato la risposta a ciò che sono oggi. Quel che cerco è l'attimo, l'istante secco in cui la vita ha preso un corso diverso da quello originale. So che quel momento esiste, almeno nella mia piccola storia, ne ho la netta sensazione, e quando finalmente il mulinello si blocca, mi chiedo se quella era, tra tutte, davvero l'unica via possibile per me. Probabilmente si.

Nella mia personale collezione di istantanee, questa ha una posto speciale, appesa dentro una cornice, realizzata sulla misura della mia anima. Era il settembre del 2003 e quella sera, con gli altri, eravamo alle Scimmie, sui Navigli. Ricordo luce bassa, riflessi verdi, un complesso che suonava a due metri dal nostro tavolo. Una bella atmosfera, che tuttavia sono sicuro di non aver apprezzato abbastanza allora. Nel mezzo della sera, quel messaggio: "Ciao, com'è andata la tua giornata?". Un nome, Giorgia, riaffiora improvviso da un'estate che già avevo archiviato, ma non ancora dimenticato. Quanta suggestione in un solo attimo, quanti ricordi e sensazioni possono nascondersi in un singolo lampo della mente. Quel saluto dal balcone, il tubetto di Vivin C, il concetto di "spartizione", e mille altri frammenti incandescenti di memoria mi sono piombati addosso. Non avevo vissuto Giorgia quell'estate, mi ero limitato a sognarla, senza sapere che quel cenno, dal piano di sopra, avrebbe presto distrutto tutto. La mia giornata era andata bene, e ancora meglio andarono le successive nella stretta sempre più forte del primo, vero, e forse a oggi unico amore della mia vita: Giorgia. Roma ricorre, e con lei le passeggiate a via dei Fori Imperiali. Roma, a mezza via tra me e lei.... quale incanto maggiore per darsi il primo bacio...?
Di quei mesi ricorderò sempre i momenti passati in stazione, i dolci arrivi e le partenze strazianti. Nessun posto al mondo può assumere sembianze d'inferno o di paradiso come la stazione. Alzavo la testa per non far scendere le lacrime, guardavo il cielo, buttavo giù e speravo che quel treno tornasse presto, come quella volta che la vidi scendere, con la valigia che era più grande di lei.
Era troppo per un ragazzino di 20 anni, senza granché di vita dietro, senza esperienza e senza nerbo, è stato davvero troppo perderti in quel modo. Il resto, è storia di una depressione nera quanto banale, di una follia che seppure gesto di puro e disperato amore, non trova giustificazione alcuna. Eppure non rimpiango nulla, chiedo scusa con il cuore alle persone che ho fatto star male, ma nessun singolo chilometro fatto per venire a straziarmi da te è stato inutile, perché in quel viaggio ho toccato il punto più basso, dal quale poi ho iniziato lentamente a risalire.
Chissà a chi, e quando, e come venne l'idea di passare quell'estate a Scalea. Da Milano a Scalea, un migliaio scarso di chilometri di treno, ma come cazzo ci era venuto in mente? E ancora, mi chiedo chi sarei oggi, se non fosse mai arrivato quel messaggio, se mettiamo il caso fosse andato perduto, e lei non ricevendo risposta mi avesse lasciato perdere. Andavo all'università prima di conoscere Giorgia, ho continuato ad andarci anche dopo, ma non l'ho mai finita.
Oggi è la vigilia di Natale del 2010. Il mio presente e (spero) il mio futuro sono scritti su una testata verde. Il mio presente è fatto di storie che non attecchiscono, di nottate passate a scrivere queste "cose" che non so neppure io come definire. E' fatto di sciocchi rancori per gente che non li merita, di amicizie che lottano per non morire, ma forse, è fatto anche di una maturità che sta finalmente arrivando alla soglia dei 28. Approfittando della mia scarsa affinità con luminarie e cotechini, provo a mandarlo stavolta un po' avanti il nastro. 3, 4, 5 anni avanti per fare un'anteprima di quel che sarà. Mela-U sul futuro, per realizzare di non avere la minima idea di quel che potrebbe succedere, ma assieme di sentire dentro una gran voglia di scoprirlo.

E chissà fino ad allora quante altre stronzate avrò scritto qua sopra :)

BUON NATALE A TUTTI

venerdì 12 novembre 2010

ISTANTANEE

"Perché è così che ti frega la vita, ti piglia quando hai ancora l'anima addormentata, e ti semina dentro un'immagine, un odore, un suono che poi non te li togli più"

Citazione doverosa dal libro che prima di Oceano Mare ha iniziato a segnarmi dentro: Il senso, quello che gli do io almeno, parla di di momenti, di istanti all'apparenza comuni, che come forme incandescenti restano impressi nella memoria, e ci rimangono appesi per sempre. Lacrime gonfie, che non cadranno mai. Non puoi sceglierli, sono loro che si aggrappano a te pronti a ricordarti un preciso momento della tua vita. Non puoi neanche decidere di riviverli a tuo piacimento, perché sono tanti, e sono anche piuttosto dispettosi nella loro imprevedibilità. Sei sicuro che rispunteranno però, e in un certo senso ti offriranno dei riferimenti, rimettendo in ordine la tua vita se saprai ripercorrerli con la mente. Quando uno di questi frammenti di passato ti assale, generalmente è accompagnato da una forte sensazione di nostalgia, talvota di frustrazione e impotenza per qualcosa che non accadrà più, ma che disperatamente vorresti rivivere nella tua cieca illusione.

"Illusione", parola fantastica, quasi come "Preludio".

Ci penso in questa sera di pioggia, a quando terminata via Appia Nuova si è aperta Piazza San Giovanni. Era luglio, era quasi il tramonto nel momento preferito della giornata. Non c'è nulla del genere a Milano, nessuno stacco capace di tagliare così di netto il fiato. Spossatezza, un enorme sole rosa, spazio aperto, stupore, odore del fumo di sigaretta, un viso rischiarato da quella luce e una voce bassissima. Tutto questo mi accompagnerà per sempre, lo so.

Era luglio, ora è novembre, da Roma si passa alla più modesta Landriano, l'ora è la stessa, ma invece del tiepido soffio del tramonto estivo stavolta lo scenario è una nebbia buia e umida. Vivevo in un piccolo sogno in quei giorni, ma come succede sempre in questi casi, ce ne si accorge soltanto dopo, quando è irrimediabilmente tardi. Faceva freddo, dovevo fare delle foto, avevo passato il pomeriggio in mezzo al traffico soltanto per tornare a casa con qualche foto, ma ero contento, perché sapevo che ne valeva la pena, e perché aspettavo un messaggio sul cellulare. Trovo il campo, sbaglio strada, vedo l'entrata, il messaggio non arriva ma non dispero, perché è un messaggio importante dalla persona che in quel momento è la più importante del mondo. E so che arriverà. Degli zarretti pavesi giocano a ping pong davanti al bar della società, scena classica -penso-, poi incontro Rapetti, e una donna bionda che ride.

"Sa, pensavamo fosse uno scherzo quando ci ha detto che venivate a fare le foto ai ragazzi, è tutta la settimana che al povero Rapetti gli fanno gli scherzi dicendo che deve venire persino Sky, e invece siete venuti veramente"

Ma tu pensa il film che c'era dietro. Però amo queste cose, e mentre rido con Rapetti sull'episodio, sento la vibrazione nella tasca del piumino. Lì scatta l'istantanea, in quel momento la pellicola si impressiona per sempre nell'attenzione che in un momento si dibatte tra il telefono e la conversazione, nell'eccitazione incontenibile, sincera, di ciò che soltanto successivamente si sarebbe rivelato l'inizio della fine.

"E quella lì era la felicità. Lo scopri dopo, quando è troppo tardi. E già sei, per sempre, un esule: a migliaia di chilometri da quell'immagine, da quel suono, da quell'odore. Alla deriva."

Continua la citazione di Baricco, perfetta. Adesso che mi ritrovo ancora qui, solito soldato disarmato e disilluso, il ricordo di quell'istante mi appare fatto davvero della stessa sostanza della felicità. Ora il sogno è finito, coi suoi drappi rossi e i suoi confini sfocati. Forse a causa mia, o forse no. Poco importa ormai. Ciò che resta è questo, il ricordo di una storia mai vissuta che ritornerà a bussare ogni volta che sentirò nominare la parola Landriano, ogni volta che leggerò o scriverò qualcosa su quella squadretta di Giovanissimi Pavia.

Il mio sangue ribolle, perchè c'era tutto il mio universo in quella semplice vibrazione, nella tasca del piumino. C'era tutta la mia vita. L'acuto più forte di un'illusione bellissima, e già così lontana...

lunedì 1 novembre 2010

PELLICANO SCARLATTO

C'era solo una persona da cui mi sarei aspettato un'uscita come quella del "Pellicano Smilzo". Un guizzo improvviso, un colpo d'ala assolutamente geniale che di solito spartisco nella mia personale follia soltanto con il vecchio Leone. Anche l'ottimo Nicola Mente spesso si allinea sui meravigliosi binari nel nonsense puro e semplice, dando vita a siparietti impagabili davanti alla macchinetta del caffè. Ah, già che ci sono devo ringraziarlo Nicola, uno che con una sola frase detta in leggerezza, in amicizia, è stato capace di affrancarmi da strati e strati accumulati di angoscia. Che questa cazzata del Pellicano però me l'abbia detta proprio tu, piccola scintilla che in un istante sei riuscita ad accendere un sogno, è qualcosa di pazzesco. Pazzesco perché la capacità di partorire simili idiozie, e di apprezzarle in quanto tali, non è cosa da tutti. Farlo nella stesso identico modo in cui l'avrei fatto io, poi, ti rende ai miei occhi parte di un destino che ho creduto di essere riuscito ad ingannare...ma che mi ha messo di nuovo con le spalle al muro...

Perché qui cambia la trama, nello spazio di un secondo di vita. Dalla celebrazione entusiasta di un nuovo possibile amore, alle solite stronzate che non sono proprio capace di evitare, al solito regalo che non ho il senno di aspettare che si apra nel tempo giusto. Mentre ti aspetto, per capire se di nuovo ho girato le spalle alla fortuna con degli attegiamenti da ragazzino immaturo, le mie ali sanguinano come i vecchi tempi, e la mia canzone si fa più triste. Analizziamola allora la puttanata, giriamo il coltello fra le penne rosse, perché più che un cigno, forse quello che sono è proprio un pellicano smilzo.
La tua dolcezza mi ha stregato, sono felice di ammetterlo, in così poco tempo mi ha catturato. Potevo venire stasera, tu mi avevi invitato, e forse adesso starei parlando di una storia diversa. Ma probabilmente in testa mi era già partito il solito film, "l'arte del sogno", o qualche cosa del genere. Ero convinto che la pellicola fosse pronta, e che bastasse soltanto sedersi in sala, e godersi lo spettacolo. Ma non va così, non l'ho ancora capito che i miei desideri non sono legge, semmai contrappasso che torna al mittente con tanti saluti. I minuti passano, i miei occhi sono persi, la speranza di ritornare a vedere il tuo sorriso è ancora viva, ma con la testa china cede piano piano alla stanchezza, e a una tristezza che soltanto poche ore fa era pura gioia.
Stavolta però non voglio mollare, voglio combattere affinchè lo spettacolo vada in scena in maniera trionfale. Magari in ritardo, ma forse per questo più ricco di particolari.

"Sometimes a man gets carried away, when he feels like he should be having his fun"


Non imparerò mai la lezione di quella che è la mia canzone preferita in assoluto, che le cose sono pronte a scapparti di mano proprio quando senti di averle sotto controllo. Che sia tu a insegnarmelo, piccola, una volta per tutte?

Già mi manchi, non sai quanto.

mercoledì 13 ottobre 2010

REGALI


"Bene, dovrei esserci stavolta". So stare al mondo. So dare il giusto peso alle cose, ai sentimenti, so osservare con distacco quando non serve, e appassionarmi a ciò in cui credo. Poche cose mi danno fastidio, e non ci do peso, tante mi fanno sentire vivo, e a queste dedico la mia energia, ora più che mai. "Sono diventato grande, maturo, sono diventato un uomo". Mi capita di pensarlo ogni tanto, anche con un certo compiacimento. Effimero piacere. Perché già isolarli, questi pensieri, dalla moltitudine organica dei pensieri di una persona veramente matura, è fondamentalmente stupido. Più o meno come parlare in terza persona. Proprio in uno di questi momenti di aristocratica autocelebrazione da uomo di mondo, da lupo di mare che porta addosso chissà quali cicatrici, che osserva la realtà dal suo tavolo in fondo Caffè degli Artisti di Sesto San Giovanni, qualcuno mi ha toccato la spalla, qualcuno che veniva da lontano con un bel sorriso di tanti anni fa.

Io da piccolo ero in lista con Gesù Bambino. Nel senso che a Natale, mia madre mi diceva sempre che a portare i regali fosse proprio Gesù Bambino, non Babbo Natale. Ricordo che mi chiedevo come potesse fare un neonato a girare di casa in casa, a dicembre, riuscendo oltretutto a non farsi vedere da nessuno mentre consegnava i doni. Me lo chiedevo, ma in fondo non era un mio problema. A me interessavano i regali. Vivevo questa magia come ogni bambino fino a quando, come ogni bambino, ho capito che qualcosa non tornava. Che mia madre si assentava per un attimo proprio intorno alla mezzanotte, ritornando puntualmente dalla stanza da letto con le mani piene e i saluti del bambinello. Il regalo più bello, senza dubbio, fu una ferrarina a pedali numero 27, quella di Alboreto, penso nel 1987. Crescendo, sapevo che i regali stavano lì nell'armadio, che aspettavano il rituale natalizio per essere scartati, e a ripensarci adesso l'attesa valeva molto più del regalo in sè. Mi ricordo quasi tutte le attese, ma forse nessun regalo a parte la ferrarina. E' banale, ma vero. Ci ronzavo intorno nei pomeriggi, sbirciavo, sapevo che dovevo aspettare, che era bello farlo e impagabile l'emozione quando si arrivava intorno al 20 del mese. Ma non resistevo, e negli ultimi anni scartavo il gioco, lo provavo, me ne saziavo, poi lo rimettevo a posto. Anche più di una volta, conscio di commettere un'orribile nefandezza, eccitato forse proprio per questo.

Ma torniamo al caffè degli artisti di Sesto San Giovanni.

Quella persona venuta dal passato mi ha toccato la spalla, io mi sono voltato, e l'ho guardata con occhi nostalgici di sfida fino a che lei mi ha consegnato un pacchetto, pregandomi di non aprirlo, almeno per un po'. "Niente di più facile", ho pensato indossando la maschera del trentenne cinico, maschera che generalmente è sconveniente indossare allo specchio, semmai utile da sfoggiare in pubblico. "Ormai so aspettare Natale" è stato il secondo pensiero, certezza accarezzata di giorno in giorno, fino a consumarla purtoppo. Ecco come mi sono ritrovato a gironzolare intorno a quel pacchetto, rifinito e invitante, a scrutarlo da fuori in ogni suo dettaglio, a forzare la volontà per resistere alla tentazione di aprirlo in anticipo. Ci ho provato a resistere, lo giuro, ma è stato come tornare indietro a quando la voglia di aprire la nuova cassetta del Sega Master System era troppo forte per un bambino.
Sono cambiati i contorni, non l'istinto che oltrepassa la razionalità per fare qualcosa di ingiusto, con la consapevolezza che insistere rovinerà di certo una gioia più grande. Quel pacchetto significava la possibilità di rivedere la persona che viene dal passato, rappresentava l'incognita di riscoprirla con tutt'altra consapevolezza, e la curiosità di vedere che cosa sarebbe successo dopo quell'incontro. Una curiosità rivelatasi morbosa, cattiva. Quel pacchetto si è rotto nel tentativo di aprirlo prima del dovuto, e ora, nel tenerlo fra le mani in frantumi, limpido è il senso di colpa, la sensazione di aver rovinato tutto come al solito, come quando ero piccolo, ma senza l'attenuante dell'infanzia di un bimbo che vuole subito il suo regalo.
Io ho voluto forzare, ancora una volta, e ancora una volta mi ritrovo a ridermi addosso da solo per la mia stupida ossessione. Ancor di più, perchè quella persona che viene da lontano nel tempo, quella persona che una parte di me vuole a tutti i costi riuscendo spesso a dominare quella che si finge matura, è capace invece di sentimenti e riflessioni sensate, razionali, scevre da inutili, stucchevoli e malcelati secondi fini.
Per questo ti ho detto che sei avanti anni luce, rispetto a uno che fa finta di essere grande, ma si mette a piagnucolare quando non riesce a ottenere ciò che vuole. Mi dispiace tanto, ma non credo sia onesto dirti: "non volevo".

Io non penso che sia un periodo difficile, per me almeno non lo è, non più di altri. Natale però è ancora lontano, e io non credo di meritare nessun regalo al momento.

lunedì 4 ottobre 2010

SE TI DICESSI...



Se ti dicessi che un senso forse c'è, che per quanto non sappia neanch'io se sia utile crederci, alla fine è l'unica spiegazione possibile. Se ti dicessi che ho passato ore, frazionate in anni, a riflettere su quale fosse il destino che sottotraccia scavava il solco delle nostre esistenze. Se ti dicessi che non è ancora stata inventata una parola, o un sentimento per descrivere cosa siamo noi, e che forse sarebbe il caso di farlo ormai. Chissà che penseresti?
Eri arrivata, in quei giorni allucinati, e avevi rimesso insieme i miei pezzi sparsi a caso sull'autostrada Milano-Napoli. Ci siamo incontrati, intesi, abbandonati senza un motivo reale, ma con quella leggerezza che non conosce il dolore. Se ti dicessi che quel pomeriggio ad ascoltare gli Otto Ohm su un prato, non so dove, è stato uno dei momenti più felici della mia vita, di quelli che ti restano impressi per sempre, forse non ci crederesti. O forse si.

Cause it never began for us - It'll never end for us

Intanto il tempo è passato, così tanto tempo, le nostre vite si sono intrecciate a quelle di altri, e lo scherzo del caso ha voluto che proprio nel momento di maggior distanza empatica, vivessimo in realtà a poche centinaia di metri di distanza. Se ti dicessi che al di là di qualche attimo di cieco isterismo ho accettato sempre serenamente la dimensione parallela della nostra storia, che non è un'amicizia e non è una relazione, come dici tu, che forse è tutt'e due, o più probabilmente nessuna. Se te lo dicessi... mi risponderesti che lo sai già, e se a tal proposito ti ripetessi che ci sono persone con cui non serve parlare per capirsi, mi piacerebbe che ci credessi.
E adesso, che il mio cuore sta sciogliendosi nell'acido, giorno dopo giorno, rieccoti qui all'improvviso, ad alleviare il momento soltanto con il tuo sbiadito ricordo.
Se ti dicessi che non ho voglia di vederti dopo sei anni, e perché no, di baciarti, penso che non ci crederesti. E faresti bene. Ma più di questo, oggi forte è la certezza, per la prima volta, di vedere il quadro da lontano, di osservare finalmente completa la pista cifrata che ha unito due strade senza farle mai incontrare. Non voglio nulla da te, non mi aspetto niente, perché so che qualunque cosa succeda, tu mi accompagnerai sempre, come io farò con te. Sarò tuo fratello, tuo amico, tuo amante, e tutto quello che un essere umano può diventare per farne star bene un altro. Senza condizioni. Perché una storia come la nostra non può essere casuale. Proprio non può.

E in questa serata di inizio ottobre, tra un colpo di tosse e un brivido di febbre, è bello assecondare il mare d'inverno che ho sempre dentro.

E' dolce abbandonarsi alla sua deriva... salutandoti con la mano.

venerdì 24 settembre 2010

BLEEDING AUTUMN

Inizia la mia stagione preferita.

Messe vie le pinne, mandato a casa il sole, torna quel freddo che non è ancora gelo, torna quell'atmosfera così affettuosamente malinconica dell'autunno. Pioggia, colori tenui, buio, odore di asfalto, profumo di nebbia e di castagne. C'è una panchina, in Cadorna, dalla quale mi piace osservare l'autunno nel fiume di persone che salgono o scendono dai treni per entrare nella metropolitana, affascinanti sagome perse fra le luci al neon e il baccano del centro. Così, sospeso tra la fatua ebbrezza estiva e il calore ipocrita del Natale, maledetto da chi torna a scuola o al lavoro con la consapevolezza che dovrà aspettare ancora un anno per ricongiungersi con il nulla d'agosto, l'autunno ha pochi ma fedeli estimatori. Orgogliosi e randagi intenditori.

L'anima è lontana dal pensare che la ragione stia dalla parte di noi finti crepuscolari, è sicura invece che qualcosa di insano ci sia nel rinascere a settembre, risvegliandosi brusca nel preludio di una stagione che aspetta di scoprire personaggi e storie nuove, salvo poi accorgersi che qualcosa di indelebile gli è rimasto ancora appiccicato addosso da quella precedente. E allora il processo rallenta, vecchie ferite si riaprono e il cuore riprende a sanguinare forte, più di prima. Grandi distacchi e piccoli tradimenti, sullo sfondo di un sentimento devastante quanto inascoltato rendono questo autunno più triste di altri. O forse dovrei dire soltanto meno gioioso.

"Love will tear Us apart" - "L'amore ci farà a pezzi" cantava Ian Curtis, e in fondo, se ci pensi bene, è anche giusto che sia così. Forse anche bello. Chi siamo noi per ribellarci? Non resta che assimilare questa legge prima, e trovare scintille di positivo e di vero persino nel dolore, nel rancore per qualcosa che non riesci proprio ad accettare...

...perché in fondo anche questa è vita...

Io ti amo, e tu lo sai, lo sa il tuo imbarazzo, lo sanno i tuoi gesti, lo sai, e lo respingi. Ma non posso fartene una colpa. Posso odiarti, a modo mio, ma non posso accusarti di non amarmi. Ti ho protetta per quanto ho potuto, ti ho scaldata senza che tu te ne accorgessi. Avevo scoperto che si può amare senza condizioni, senza pretendere nulla in cambio, raggiungendo un equilibrio dove, di nuovo, serenità e felicità hanno confini sfocati.
E' un ridicolo dramma di fronte agli ostacoli seri dell'esistenza, un'illusione che impallidisce di fronte a quei valori che proprio nella tanto bistrattata estate ho riscoperto. Però adesso ti sento così irrimediabilmente lontana, e di colpo mi sento più solo e più infreddolito in questo autunno, comunque fratello.

Mi aspetta la mia panchina in Cadorna, dalla quale guardare il mondo sciogliendo gli affanni lasciando sfogo alla coscienza. Ci ritornerò presto. Penserò anche a te, come spesso mi succede, maledirò la semplicità con cui qualcuno, un giorno, otterrà ciò che per me oggi è un desiderio irrealizzabile. Ma penserò anche che, nonostante tutto, sono contento di averti incontrata, e di essermi innamorato di te...

E' per cose come queste che vale la pena vivere.

mercoledì 1 settembre 2010

NOTTE (SERENA) DI FINE ESTATE...



"Non mi piace l'estate, preferisco le stagioni cangianti".

Così parlava saggio, l'amico avverbio Nicola Mente chiacchierando assieme del torrido mese di luglio. E aveva ragione... neanche a me piace. A volte, però, l'estate ti dà l'occasione di fermarti un po' a riflettere nelle sere fresche, mentre tutti si affannano come formiche in cerca di vacanze spesso più stressanti e angosciose della vita normale. Io ho riflettuto sulla mia vita quest'estate, in silenzio, osservando la luna di città d'agosto, quella che sembra solamente tua. Ho pensato a come essa stia cambiando, lasciandosi alle spalle affetti e consuetudini che non pensavo avrei mai abbandonato, recuperandone invece altri che parevano ormai colpevolmente sopiti. E' stata un'estate fatta di distacchi, e di ricongiungimenti, sprazzi elaborati in un cuore silenzioso e mai come ora solitario, emozioni mute, trattenute dall'anima e restituite sotto forma di qualche lacrima liberatoria e piacevolmente nostalgica.
Il primo pensiero è per un amico, il mio migliore amico per quasi dieci anni, ora così irrimediabilmente lontano da un legame eterno, schiacciato in qualche mese dal peso e dai cambiamenti della vita. Il secondo pensiero è per l'amore, che nell'ultima stagione mi ha mostrato tutto il suo sapore più acido e traditore. Due ore di distacco dal mondo, in una città fuori dal mondo. La certezza che lei fosse l'incarnazione più pura di ciò che mi mancava, poi il risveglio amaro accompagnato dalle solite ondate di tristezza, alle quali orgoglioso resisto osservando tagli e cicatrici. Il tempo dell'amore non è finito, non può esserlo, ma certo diversi sono ormai gli occhi, e il modo di cercarlo.
Il terzo pensiero va a mia nonna, che ho perso un anno fa. Di fronte alla sua lapide, vivo è riemerso il ricordo di una persona semplice ma allo stesso tempo furba come una gatta, che con dignità di un altro tempo ha affrontato senza ribellarsi la vita che le era stata assegnata. Regalandomi un amore unico e disinteressato. Addio nonna mia, quest'estate ho pregato davvero, per la prima volta nella mia vita, e in quella preghiera ho ritrovato ogni tuo istante, realizzando quanto superficialmente li abbia vissuti quando eri ancora qui.

Affetto, riconoscenza, tristezza, emozioni come nervi scoperti, brividi come strattoni violenti che ti scuotono dal torpore di una vita imbevuta di stupidità. Ho ritrovato le cose vere quest'estate, e non potevo ricevere regalo più grande.
Quando si dice rinascere, grazie a una bimba di 8 anni che ti racconta le sue pene d'amore. Quando si dice ritrovare la serenità addormentata...nelle cose più semplici.

Serenità, e Felicità, due concetti diversi...ma non così tanto se ci si sa accontentare...

giovedì 5 agosto 2010

Fogli di vetro

Grigie gocce sporcano disegni a matita di prigioneri del cemento.
Fuggono dal tempo, ma non trovano riparo.
Una lancetta smarrita li protegge,
ma il foglio è ormai silente.

sabato 31 luglio 2010

Buongiorno amico mio...


Svegliato di soprassalto un momento prima dell'alba, come al solito senza capire se questo senso di tiepida inquietudine sia sensazione piacevole, oppure no. Tirato giù dal fresco pungente di un agosto insolito, ripenso con nostalgia al tumulto di speranze ed eccitazioni vive soltanto qualche ora fa, con lo sguardo disilluso di un'anima ormai provata, ma fortunantamente ancora viva. La delusione è soffocata dal chiarore, la tristezza cronica mitigata dall'odore del caffè, e dalla solidarietà di un inaspettato saluto mattutino.

"Ciao, buona giornata"

Fuori dalla finestra, un piccolo amico nero mi guarda per un attimo, zampettando poi via felpato e disinvolto alle prime luci del mattino, come se fosse a casa sua. "E' già in piedi da un po' lui" -penso- rispecchiandomi felicemente in quel distacco felino, ritrovando di colpo una ventata di serenità, puro miraggio soltanto pochi attimi indietro.

"Buona giornata a te, amico mio"

E in questo saluto generoso capisco ancora una volta quanto io e te siamo uguali, quanto le nostre vite potrebbero scambiarsi l'una con l'altra senza far emergere differenza alcuna. "Buongiorno", mio piccolo e affine fratello, ci siamo solo io e te in questo scorcio di mattina silenziosa che la tua presenza ha anestetizzato da ogni amarezza ricordandomi, ancora una volta, quali sono le regole per vivere in pace, e dove la fantasia deve lasciare spazio a un onesto sonno senza sogni. Buongiorno a te, inconsapevole maestro felino di vita, stamattina più che mai avverto nitida la pura rappresentazione della mia personalità: una notte profonda, illuminata felicemente dalle stelle e dalla luna, in una città di quelle un po' da favola moderna, con i suoi camini accentuati e i suoi rettangoli gialli a evidenziare il contorno nero delle case e dei tetti. E su questi tetti c'è uno di noi, uno del club che si gode quell'istante senza tempo noncurante del fatto che ci sia tutto un universo oltre quel panorama.
Al diavolo la vita, al diavolo tutto, si sta così bene lassù..

Fuori si sentono i rumori delle prime auto...

"Buongiorno a te amico mio" e grazie

Mi hai salvato la giornata, ora posso tornare a dormire.

Lacrime Amare



Porterò una maschera felice

...e cammufferò la voce

tieniti lontano dalla luce

...dove la pietà ti lascia in pace

giovedì 29 luglio 2010

Gravità indecisa

Precipito in un vortice di ipnotiche paure, impatto nella livida angoscia del tuo ego. Nutrito di stupore, navigo incauto nell’inconscio e mi incuneo nei tuoi ruvidi ricordi. Delirio di una pensatrice, oniriche amenità si riflettono nell’oblio violaceo del tuo sguardo. Riemergo.


Vivevo su uno spento fiammifero. Anonima adrenalina, silenziosa inquietudine di un habitat privato da tempo delle sue variopinte consuetudini. Mi nascondevo nelle follie acquerellate, mi beavo di echi ormai svaniti. Scesi per caso, mai risalii.

Edenico silenzio..

Il sapore di un’ombra mi pervade, un dono offerto dai tuoi strazianti passi. Raccolgo i tuoi petali perduti, ne seguo la scia. Un fulmineo desiderio di vento mi costringe a soffiare. Candide folate ghiacciano i miei attimi. Rallento, a stento trattengo un’immagine ormai sfocata. Vapori lunari scuotono i miei stanchi occhi. Illumino le tue fobie e le mescolo con le mie illusioni. Creo un riparo, ma subito lo abbandono, furtivo ammiro la dissolvenza plasmata dal tuo lento agire solitario. Formo mosaici con bambole di pezza, fisso chiodi di plastica per appendere foto di paranoie instabili avvolte nel cellophane. Lego con una corda la polvere per non sentirne l’odore, fumo idee per annusarne la morte. Osserva il demiurgo del tuo tempo appassito, è ora in viaggio per trovare le sue consonanti. E’ l’anarchia dell’ombra, sono i vocalizzi del caos che ti ridestano. Bianco narcisismo di un incoerente splendore. Svaniscono i tuoi battiti nella spirale sanguinante delle mie parole. h,h,d,q,a,d,c,x,a,z. Booooooom. Il palcoscenico è muto.

domenica 25 luglio 2010

1

Un palazzo d'ossa bianche, dentro una bambina piange. Così, con questa nitida e straniante immagine iniziò il mio incubo, che prese a perseguitarmi di notte in notte, di luna in luna, come la peggiore delle condanne della mente e dell’anima. Non potevo vedere la piccola, ma solo udire il suo straziante e tormentato lamento provenire da dentro quelle anomale pareti color avorio, inquietanti ma assieme cosi seducenti nel loro morboso fascino di resti umani. Nel mio sogno non mi era dato varcare la soglia del palazzo per verificare chi fosse la creatura che piangeva, e perché lo facesse con tanta tristezza: vittima impotente di una maledizione ineluttabile, incatenato da spessi anelli al poderoso cancello che fronteggiava la facciata restavo prigioniero di una notte di stelle, che rifletteva raggi di luna su quelle sinistre pareti biancastre. Fa impressione un palazzo di dieci piani fatto tutto di ossa, posizionate accuratamente una a fianco dell'altra in un disegno ripetuto all'infinito. Finestre nere di forma irregolare interrompevano la pallida apparizione, mentre intorno il prato perfetto rivelava un verde confortante sotto il chiarore notturno. Notte, stelle, ossa, velluto d'erba, paura e pianto. Forte era in me il terrore di ritrovarmi intrappolato in un così macabro contesto, ma ancora più impellente sentivo la necessità di scoprire per quale motivo un triste lamento di bambina provenisse da dentro quelle mura. Meglio, più che scoprire perché la piccola piangesse, mi premeva capire che significato avesse questo particolare nella dimensione onirica nella quale sapevo di essere sprofondato. Si fermava sempre lì il sogno, sulla mia curiosa impotenza, incantata da visioni che per quanto insolite sposavano, e cullavano, la mia sensibilità...

domenica 18 luglio 2010

Occhi di fata


Per chi sempre ricerca dove gli altri non vedono, o non vogliono vedere, frammenti di vita ricoperti di sogno che nell'apparente monotonia dell'esistenza aspettano soltanto di essere raccolti da occhi assetati di emozioni. Per loro, per noi, non è rado cadere preda di feroci, sublimi quanto insignificanti percezioni, che tuttavia della vita sono gocce spremute di pura essenza. Ti capita di incrociare uno sguardo, un sorriso, e di renderti conto che nell'immagine istantanea di ciò che tutti gli altri vedrebbero soltanto come un bel viso, tu ti perdi nella meraviglia di un bambino che osserva il mare, assalito dalla smania di esplorare l'universo che filtra da quei due occhi pieni di espressione. Non è amore, non può esserlo per quanto l'infame adori imbrattare con i suoi appariscenti colori anche gli altri sentimenti vicini. Non è amore, anche se il bastardo ti fa desiderare in fondo al cuore che lo sia, o che possa diventarlo nonostante quegli occhi e quel sorriso appena accennato sai a malapena di chi siano. Il difficile, sta proprio nel riuscire a isolare lo smarrimento, e la gioia della sorpresa, dalla banalità di un impulso bugiardo, dall'inganno di un'attrazione facile che annebbia il cuore offuscando la volontà, e soprattutto la dignità. Tu però sai come fare, e non ti importa che gli altri ti prendano per pazzo, o peggio, nel sentirti parlare di mondi che si aprono attraverso le celesti rotte parallele di uno sguardo azzurro. Tu parti e basta, per uno strambo viaggio di pochi attimi, percorso allucinato e suadente di storie possibili e di amori impensabili. Voli con le ali del cigno rosso attraverso tutta un'esistenza, la sua, concentrata nella rivelazione di quel magico sguardo. E quando il fugace e meraviglioso viaggio è finito, quando esci dal suo sogno per tornare nel tuo, forte è la certezza che quell'immagine così nitida e viva, succeda quel che succeda, ti rimarrà appiccicata per sempre sul riparo più profonfo dell'anima... e che tornerà a tormentarti, dolcemente, quando meno te lo aspetti.

domenica 11 luglio 2010

Blood Red Bird

Segui il cigno rosso


Vola, un metro oltre l'illusoria percezione della normalità, il Cigno Scarlatto. Simbolo dello stato mentale di chi vede, ascolta, e rielabora gli impulsi di una realtà ottusa e mediocre attraverso gli strumenti della creatività. Loggia rossa senza appigli, insano rifugio della mente e dell'anima, alla tana del Cigno Scarlatto si accede facilmente dalla porta sul retro dell'esistenza quotidiana. Frammenti, di ogni tipo e fattezza: racconti, immagini, poesie, recensioni, semplici pensieri, opininoni, musica. Seguire il Cigno Scarlatto significa esprimere liberamente tutto ciò che la fantasia di solito abbandona in un angolo della memoria, fino a dimenticarlo. E' aperta a tutti la tana sotto il lago, dove i cigni sono rossi... e possono diventare ottimi compagni di viaggi, e di bevute.

Benvenuto nel club!