
"Bene, dovrei esserci stavolta". So stare al mondo. So dare il giusto peso alle cose, ai sentimenti, so osservare con distacco quando non serve, e appassionarmi a ciò in cui credo. Poche cose mi danno fastidio, e non ci do peso, tante mi fanno sentire vivo, e a queste dedico la mia energia, ora più che mai. "Sono diventato grande, maturo, sono diventato un uomo". Mi capita di pensarlo ogni tanto, anche con un certo compiacimento. Effimero piacere. Perché già isolarli, questi pensieri, dalla moltitudine organica dei pensieri di una persona veramente matura, è fondamentalmente stupido. Più o meno come parlare in terza persona. Proprio in uno di questi momenti di aristocratica autocelebrazione da uomo di mondo, da lupo di mare che porta addosso chissà quali cicatrici, che osserva la realtà dal suo tavolo in fondo Caffè degli Artisti di Sesto San Giovanni, qualcuno mi ha toccato la spalla, qualcuno che veniva da lontano con un bel sorriso di tanti anni fa.
Io da piccolo ero in lista con Gesù Bambino. Nel senso che a Natale, mia madre mi diceva sempre che a portare i regali fosse proprio Gesù Bambino, non Babbo Natale. Ricordo che mi chiedevo come potesse fare un neonato a girare di casa in casa, a dicembre, riuscendo oltretutto a non farsi vedere da nessuno mentre consegnava i doni. Me lo chiedevo, ma in fondo non era un mio problema. A me interessavano i regali. Vivevo questa magia come ogni bambino fino a quando, come ogni bambino, ho capito che qualcosa non tornava. Che mia madre si assentava per un attimo proprio intorno alla mezzanotte, ritornando puntualmente dalla stanza da letto con le mani piene e i saluti del bambinello. Il regalo più bello, senza dubbio, fu una ferrarina a pedali numero 27, quella di Alboreto, penso nel 1987. Crescendo, sapevo che i regali stavano lì nell'armadio, che aspettavano il rituale natalizio per essere scartati, e a ripensarci adesso l'attesa valeva molto più del regalo in sè. Mi ricordo quasi tutte le attese, ma forse nessun regalo a parte la ferrarina. E' banale, ma vero. Ci ronzavo intorno nei pomeriggi, sbirciavo, sapevo che dovevo aspettare, che era bello farlo e impagabile l'emozione quando si arrivava intorno al 20 del mese. Ma non resistevo, e negli ultimi anni scartavo il gioco, lo provavo, me ne saziavo, poi lo rimettevo a posto. Anche più di una volta, conscio di commettere un'orribile nefandezza, eccitato forse proprio per questo.
Ma torniamo al caffè degli artisti di Sesto San Giovanni.
Quella persona venuta dal passato mi ha toccato la spalla, io mi sono voltato, e l'ho guardata con occhi nostalgici di sfida fino a che lei mi ha consegnato un pacchetto, pregandomi di non aprirlo, almeno per un po'. "Niente di più facile", ho pensato indossando la maschera del trentenne cinico, maschera che generalmente è sconveniente indossare allo specchio, semmai utile da sfoggiare in pubblico. "Ormai so aspettare Natale" è stato il secondo pensiero, certezza accarezzata di giorno in giorno, fino a consumarla purtoppo. Ecco come mi sono ritrovato a gironzolare intorno a quel pacchetto, rifinito e invitante, a scrutarlo da fuori in ogni suo dettaglio, a forzare la volontà per resistere alla tentazione di aprirlo in anticipo. Ci ho provato a resistere, lo giuro, ma è stato come tornare indietro a quando la voglia di aprire la nuova cassetta del Sega Master System era troppo forte per un bambino.
Sono cambiati i contorni, non l'istinto che oltrepassa la razionalità per fare qualcosa di ingiusto, con la consapevolezza che insistere rovinerà di certo una gioia più grande. Quel pacchetto significava la possibilità di rivedere la persona che viene dal passato, rappresentava l'incognita di riscoprirla con tutt'altra consapevolezza, e la curiosità di vedere che cosa sarebbe successo dopo quell'incontro. Una curiosità rivelatasi morbosa, cattiva. Quel pacchetto si è rotto nel tentativo di aprirlo prima del dovuto, e ora, nel tenerlo fra le mani in frantumi, limpido è il senso di colpa, la sensazione di aver rovinato tutto come al solito, come quando ero piccolo, ma senza l'attenuante dell'infanzia di un bimbo che vuole subito il suo regalo.
Io ho voluto forzare, ancora una volta, e ancora una volta mi ritrovo a ridermi addosso da solo per la mia stupida ossessione. Ancor di più, perchè quella persona che viene da lontano nel tempo, quella persona che una parte di me vuole a tutti i costi riuscendo spesso a dominare quella che si finge matura, è capace invece di sentimenti e riflessioni sensate, razionali, scevre da inutili, stucchevoli e malcelati secondi fini.
Per questo ti ho detto che sei avanti anni luce, rispetto a uno che fa finta di essere grande, ma si mette a piagnucolare quando non riesce a ottenere ciò che vuole. Mi dispiace tanto, ma non credo sia onesto dirti: "non volevo".
Io non penso che sia un periodo difficile, per me almeno non lo è, non più di altri. Natale però è ancora lontano, e io non credo di meritare nessun regalo al momento.
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