Il Cigno Scarlatto
"I was not woken by the rooster
Nor by the crow's tough song
But the midnight cry of a blood red bird
Brought this sleeplessness on"
sabato 29 settembre 2012
IL GATTO CHE SOGNAVA IL MARE
Passò così, tra una lappata di latte di nascosto dalle capre e l'odore del fieno fresco appena tagliato, l'infanzia di Pascal. Quel padre imbroglione e avventuroso se n'era andato presto a caccia di nuove commedie, e lui era rimasto lì, nelle campagne della Francia centrale con una mamma sola, ma di quella fierezza orgogliosa che soltanto le donne sanno avere. Gatte o umane che siano. Cresceva Pascal, nero come la notte più nera e bello come i felini delle fiabe, ronzava attorno alla fattoria insieme agli altri semi-randagi della colonia. Con il signor Gouffran, placido e generoso coltivatore di uve dalle guance sempre troppo rosse, c'era un tacito accordo per cui egli tollerava all'interno della sua proprietà la presenza dei gatti, a patto che essi non dessero fastidio alle galline, e tenessero a bada il gioioso esercito dei topolini di campagna. Pascal, però, non amava andare a caccia: un po' perché tutto sommato gli dispiaceva per quelle povere bestiole, trovando del tutto impari il duello tra un piccolo leone come lui e un indifeso esserino di cinque centimetri, e un po' perché non era quello il mondo che voleva. Remy e gli altri del gruppo, invece, si divertivano sadici a giocare al "gatto col topo", bullandosi al rientro in cascina di tutti quei cadaverini sacrificati all'altare del padrone, che spesso li ricompensava con dei lussuoriosi fagottini di interiora varie. La sera poi, dormivano sparsi per tutto il cortile, offrendo quello spettacolo surreale che soltanto il riposo dei felini. Si dice che i gatti dormano fino a diciotto ore al giorno, ma in realtà il sonno vero non supera le tre. Il resto è quella strana e riflessiva veglia che nei secoli ha fatto di loro animali così affascinanti e misteriosi. Quant'è poco il sonno vero dei gatti, e quanto profondi allora sono i loro sogni quando il distacco è totale? Tanto, tantissimo, molto più di quanto la ragione possa descrivere e spiegare. Eredità lontane e ricordi perduti in giro per il mondo, storie antiche di mantelli fulvi e baffi vibranti, raccconti in bianco e nero di randagi di città. E anche il mare. Viene da chiedersi come si possa pensare al mare senza averlo mai visto, avendo ascoltato soltanto poche storie di un padre che tanto facile era alla frottola d'effetto. Si domandava dove andasse mamma Marie, quando Pascal sgattaiolava via di sera, verso le colline solitarie illuminate quasi a giorno dalla luna. Tornava sempre quella piccola creatura della notte, ma ogni volta con gli occhi più lontani, e il cuore più stanco. Amava il silenzio, ma d'estate anche il canto petulante delle cicale lo rilassava. Amava la solitudine, ma senza essere schivo.. Era un tipo strano Pascal, lo era sempre stato e gli altri lo sapevano... Nessuno, però, immaginava che i suoi sogni di gatto parlassero di quanto di più grandioso si possa dire. La profonda, gelida e perenne immensità del mare. Avete mai sentito di un gatto che sognasse il mare? Se ne avete sentito questo era Pascal, che un pomeriggio di inizio ottobre strofinò il naso a quello di sua madre, e con la vaga promessa di un ritorno saltò tra le damigiane del signor Gouffran, diretto a sud insieme al primo vino della stagione...
giovedì 24 maggio 2012
ISTANBUL
Danza la mezza luna e colora di bianco e nero la vita. Aprite gli occhi, frammenti di realtà appariranno nel vostro spirito, ruota soavemente il caleidoscopio di immagini proiettate da Ara Guler. Un flash impercettibile ci accoglie ed una giostra prende il via, a bordo salgono sguardi malinconici, sofferenti, ma capaci d’incanto di riempirsi di brio. Si specchia nei ritratti e nei gesti, catturati dall’istante, l’anima di una città che riflette nelle acque del Bosforo il suo essere mutevole ed allo stesso tempo eterno. Voliamo in questo mondo senza tempo, fermato dal tocco poetico della fotografia. Scansioni di quotidianità, che diventano immortali, mentre un’alba policroma risveglia Istanbul.
lunedì 19 dicembre 2011
DOLCE DERIVA
La prima volta la notai al nostro primo incontro, al tuo primo sorriso, mentre non capivo che ti eri messa in quell'angolo per non farti beccare a fumare. Che poi non è una macchia, è solo un segnetto più bianco. Imperfezione bellissima. La cercavo prima di baciarti, quando guardavo le tue labbra schiudersi, era diventata quasi familiare, come quel posto. Nell'uragano di sensazioni in cui mi sono consapevolmente buttato, stasera, quello è il dettaglio che non mi toglierò più. Il particolare che raccoglie tutta una vita, appesa a un sorriso che avevo quasi dimenticato.Non volevo leggerlo quel messaggio, perché temevo che non ci sarebbe stato scritto quello che speravo. Anche se è giusto così, anche se è vero che sono cambiato, anche se non è oggi che ho capito che quella macchiolina sul dente non l'avrei più cercata. Anche se sai già tutto, non ti potrai mai rassegnare, non ti potrai mai...arrendere. Anche se ti rendi conto perfettamente di essere patetico sebbene tutti, a modo loro, sono patetici in qualcosa.
L'ho letto, e adesso è deriva, frantumi di pensieri, immagini e sogni. Dolce deriva, perché è finito il tempo del dramma, dei messaggi da romanzo, delle lacrime amare. Quel che resta è la consapevolezza, di qualcosa che puoi dirti fortunato di aver vissuto, che non dimenticherai mai. La deriva, però, è deriva, ma ci vuole dignità anche nel perdersi, nell'ammettere che in fondo ci avevi sperato che rivederti potesse farla ritornare indietro nel tempo. Lo ammetto, ci speravo come un dannato. Ci speravo come non avevo mai sperato nient'altro prima.
La dolce deriva di immaginare ancora, di fare l'amore, come te lo raccontavo in quei messaggi un po' folli. La triste serenità di sapere che quelle fantasie, che erano nostre, le vivremo con persone diverse. Banale, patetico, straziante, ridicolo, umano. Questo è l'amore.
E questa è la mia anima, Ale, dipinto astratto a tinte scure, senza saperlo ne hai fatto un capolavoro.
Dolce deriva, che sempre deriva è, nell'oceano di una singola lacrima
Silenzio bagnato
mercoledì 14 settembre 2011
SEGNALIBRI DI LUCE
E invece eravamo proprio alle solite. Ma che importa in fondo? Un altro graffio. Cicatrici deboli. Superficiali. Ho provato a perdermi sul serio in riva all'Adda. Ci ho creduto, perché quelli come me va a finire che ci credono sempre, come spugne che assorbono e trattengono, che si portano dentro qualcosa di ognuno, collezionando ricordi e istantanee come immagini a rivestire le pareti della mente.. Resteranno appese... mentre la vita scorrerà sotto.Non ci sono più tornato sulla riva, niente proiettili, niente cigni rossi in quel che in fondo è stato solo un breve e piacevole sogno, ma abbastanza intenso da pensare che tutto sommato ne sia valsa la pena. Un'altra pagina girata, prima del previsto, altro spazio, altri mari di pensieri spesso inutilmente circolari, ma sempre e comunque concentrici. Il centro è il segnalibro, e la data è il 16 di febbraio, la sera di Arsenal-Barcellona 2-1. Facilmente, la sera più bella della mia vita. Ci fu tutto, tutto ciò di cui uno come me ha bisogno per essere felice davvero. Non mi importava del calcio quella sera, ma il fatto che in quello stesso momento la mia squadra avesse vinto alla fine meritatamente contro il Barca... non credo potesse attribuirsi soltanto a una buona congiunzione e a un contropiede concluso in maniera magistrale da Arshavin. Così come assolutamente centrale fu il precipitare dei miei eventi quando, nella partita di ritorno, ovviamente siamo andati a casa. Allo stesso modo, quando la tua squadra ha appena incassato la sconfitta più pesante degli ultimi 110 anni, come puoi pretendere che le cose, a te, girino nel verso giusto...!?
Ma in fondo, ancora, chissenefrega.
L'Arsenal tornerà a vincere qualche partita nell'ennesima stagione insolente e anonima, io mi infilerò presto in un'altra piccola storia cariata, e tornerò a guardare l'autunno dalla mia panchina in Cadorna. La tabella dei contatti diventerà verde "fluo" come dice il Monte, riuscirò a prendere anche la rosa dei Giovanissimi della Gescal Boys e tutto, serenamente, tornerà alla normalità..
Il tuo segno, però, resterà sempre lì: a quella sera, e a quei giorni, tra le pagine del libro che ti ho regalato. Tu, che se davvero capiti qui ogni tanto sai benissimo che sto parlando di te. Tu, che senza nemmeno saperlo sei il riferimento più grande e luminoso che abbia mai avuto. La voce "amore", descritta sull'enciclopedia dei limiti. Nulla di malato, o di sbagliato. Al contrario, senza dubbio il sentimento più onesto del quale sia mai stato capace.. Desiderare che tu possa essere felice..
"Ma dimmi tu non è meglio così?
immaginare ed illudersi sempre...
qui ad aspettare qualcosa o niente...
qui ad aspettare un no o un sì...
che in ogni caso sarebbero fine..."
Qual è in fondo la parte migliore, se non lasciare che i desideri diano un significato alla tua vita. Il senso sta tutto lì, nel rincorrerli, per quanto possa farti male. L'attesa, la ricerca, lo sforzo.. e i sogni. Nulla è più importante dello spazio che ancora ti separa da loro. Tutto questo non finirà mai.. e da una parte è meglio così...
giovedì 25 agosto 2011
IN RIVA ALL'ADDA
Siamo alle solite, o forse no. Sono sempre il solito, o forse no. Simili sono l'emozione, l'imbarazzo così dolce, e anche la paura, di sognare di giorno e svegliarsi di notte. Diverso però è lo sfondo, che ha i contorni di un fiume splendido e di una sera strana di fine agosto. Ascoltavo la tua voce, cercando di capire da dove venisse. Indecifrabile. Come te. A metà tra la mazurka dell'imbianchino "col pennello", e un prepotente Gigi D'Agostino che pompava dalle giostre. Noi sospesi, nel centro esatto a sovrapporre parole. Non è successo niente l'altra sera, eppure è successo tutto quello che avrei potuto immaginare nei sogni, e il tuo paese di settemila anime (semilanovecentonovantanove più la tua), mi sembrava il centro esatto del mondo. La conosco bene ormai, quella sensazione di paralisi che ti impedisce i movimenti, ti incasina i pensieri e ti fa accanire su dei poveri fili d'erba strappati all'affetto dei propri cari. Con il tempo ho imparato ad amarla, anche quella paura di svegliarsi da una notte in riva al fiume. E tornando a casa, tra la strada buia, i tuoi messaggi che mi chiedevano se davvero mi piacevi, il caffè, le mappe in vendita della Grecia... mi sentivo felice. O qualcosa del genere.
E adesso viene il bello. Dimostrare a me stesso prima che a te, che le cazzate che ho fatto mi hanno insegnato qualcosa. Che il destino segue la sua strada, e tu non puoi metterti di traverso senza esserne travolto. Cosa provo, non lo so ancora, e ho l'impressione che lo capirei soltanto su quel prato, insieme a te. Sul fiume, scorrono parole che non userò, domande che non ti farò, deliri di un matto consapevole pronto a stringerti, ma anche a lasciarti andare senza rimpianti.
"... Sa, è molto bella l'immagine di un proiettile in corsa : è la metafora esatta del destino. Il proiettile corre e non sa se ammazzerà qualcuno o finirà nel nulla, ma intanto corre e nella sua corsa è già scritto se finirà a spappolare il cuore di un uomo o a scheggiare un muro qualunque. Lo vede il destino ? Tutto è già scritto eppure niente si può leggere...".
Se spappolerà il mio di cuore, vorrei essere lì vicino a te, in riva all'Adda... quando succederà...
venerdì 22 luglio 2011
UNIVERSAL STILL
Vorrei essere in un posto così adesso, perdermici per ore. A guardare un mondo stellato, a osservare tutta la tranquillità e la serenità dell'universo, per rubargliene un po'. Dimenticando pensieri, sentimenti, affanni. Dietro a che cosa poi? Per che cosa vale la pena soffrire? Calma universale, questa è la mia direzione oggi, assenza di dolore in questa sera di luglio dove in verità stelle non ce ne sono. Chiudo gli occhi, fa caldo, mi scende anche qualche lacrima, ma è strano. Sono lacrime serene, malinconiche ma dolci, di quelle che ti scaldano il cuore davvero, anche se non capisci come. Perché ogni tanto è bello piangere per il solo gusto di farlo, ti fa sentire un po' più umano. Forse, in mezzo a tante idiozie, una cosa giusta l'ho fatta, proprio oggi. Un gesto che sta alla base di queste lacrime, qualcosa che in un momento ha ribaltato mesi di convinzioni sempre più consolidate. Per questo anche se fuori dalla finestra c'è soltanto il solito russo che fuma, un po' di stelle riesco a vederle comunque.I sit here and smile, dear.. I smile because I think of you... I blush
Pensieri che fanno arrossire, che fanno sentire un po' stupidi anche, quando in un istante cambi il modo di vedere le persone, e ti rendi conto che non hai strumento alcuno, nemmeno l'esperienza diretta, per valutare l'entità e l'impatto che hanno avuto sulla tua vita. Basta un attimo per cambiare prospettiva, per spostare i pesi, per avere un sorriso vero da chi pensavi non ne avesse più per te, mentre sprecavi energie vitali in scommesse a fondo perduto. Stupendoti anche di non incassare un centesimo.
Perché le persone più semplici sono le migliori, le più vere. Te l'avevo detto che eri speciale, che dove più nero è il buio più intensa è la luce, e anche se adesso sono qui, da solo, a guardare il cielo con l'ennesima sigaretta, i ricordi... non sono più così taglienti. Grazie davvero, a te e chi ti sta intorno...al tuo mondo meraviglioso.
Sono felice di averti incontrata, e non ti dimenticherò mai
...nemmeno in mezzo a un oceano di stelle.
mercoledì 23 marzo 2011
E' ANCORA PRESTO... E STASERA NON C'E' NEBBIA...

Un intero universo di immagini e pensieri racchiuso in una frase leggera e semplice. "E' ancora presto, e stasera non c'è nebbia", ti dicevo quella sera di gennaio, quando mi sorridevi, quando mi piaceva assaporare quell'attesa strana. "E' ancora presto, e stasera non c'è nebbia", volevo venire da te, ma non volevo spezzare quella magia, quel gioco che ci avvicinava poco per volta. Era ancora presto, quando sono venuto davvero, ma di nebbia ce n'era tanta quella sera. Oggi c'è il sole, tu sei lontana, insieme a quella nebbia, a quel freddo che entrava dentro, quasi come i ricordi. Nel momento in cui mi convincevo che una storia di poche settimane non poteva essere importante, qualcuno mi ha spiegato invece che non è il tempo a misurare l'importanza dei sentimenti. Qualcuno che aveva titolo per dirmelo, e per convincermi di qualcosa che in fondo sapevo già. Qualcun altro mi ricordava che la testa non si abbassa mai, tantomeno davanti a una donna... che non sia tua madre. Non serve lottare, non serve arrabbiarsi, né deprimersi. Serve solo stare in piedi, con dignità, senza rompere i coglioni. Che poi in fondo è quello il senso della vita.. Non rompere i coglioni. Anche se proprio non ce la fai a toglierti di dosso quella sensazione di brusco risveglio, anche se non avevi mai fatto caso a quante cazzo di Matiz grigie ci sono in giro, e anche se preferiresti che Fabri Fibra non avesse mai scritto "Rap Futuristico", che per inciso è un pezzo clamoroso.. e bastava solo che non l'avessero messa su quella sera con la nebbia. Sono schegge del tuo mondo ormai lontanissimo, che restano nel mio a ricordarmi quei giorni di nebbia, quando una ragazzina, anche se di poco, ne ha spostato l'asse. Schegge che devi lasciare ti trafiggano, zitto, perché alla gente non interessa, perché è roba tua, perché passerà, come tutto quanto.
Iscriviti a:
Post (Atom)

